Ad agosto, a Marsala, ci sono strade dove non si può camminare tra mezzogiorno e le cinque, come Via Salemi, Via Mazara, Via Trapani. Non è tanto per dire, sono strade dove l’asfalto restituisce il calore accumulato tutto il giorno, dove non c’è un albero per duecento metri e dove l’unica ombra è quella dei muri e finisce quando il sole gira.
Chi ha l’auto le attraversa e non se ne accorge. L’aria condizionata è, di fatto, il modo in cui la classe media ha smesso di percepire il problema. Chi l’auto non ce l’ha, perché ha novant’anni, perché ne ha tredici, perché non se la può permettere, quel problema lo attraversa a piedi.
Si chiama isola di calore urbana: la differenza di temperatura tra un’area costruita e la campagna intorno. Nelle città mediterranee come Marsala è il fenomeno climatico che incide di più sulla vita quotidiana, più delle alluvioni e dell’erosione costiera, perché succede tutti gli anni e dura tre mesi. E non colpisce la città in modo uniforme, ci sono quartieri più caldi di altri e di parecchio.
C’è poi una cosa che sfugge quasi sempre: l’isola di calore è soprattutto un fenomeno notturno. Di giorno il disagio lo fa il sole diretto, ed è per questo che all’ombra si può stare discretamente bene. Di notte è diverso: l’asfalto e il cemento restituiscono per ore il calore accumulato, ed il centro della città non si raffredda mentre la campagna intorno sì. Sono le notti che non scendono sotto i venticinque gradi a fare i danni veri, perché il corpo non recupera. È anche il motivo per cui non basterebbero tende e pergole: per abbassare le temperature notturne bisogna ridurre le superfici che accumulano calore, che è un lavoro molto più lento e molto più caro.
Non è una questione di comfort. Il caldo è il fenomeno climatico più letale in Italia, e le vittime sono in larga parte anziani soli in case senza climatizzazione. Per questo il Ministero della Salute, ogni estate, pubblica bollettini giornalieri sulle ondate di calore con quattro livelli di rischio, pensati per far scattare i servizi sanitari e sociali prima che l’emergenza arrivi.
Quei bollettini coprono ventisette città italiane. In Sicilia sono Palermo, Catania e Messina. Marsala non c’è. E non c’è nemmeno nel sistema di sorveglianza della mortalità giornaliera, che ne copre cinquantaquattro. Significa che nessuno, oggi, sa quante persone a Marsala stiano male o muoiano per il caldo. Non che il numero sia basso: è che non viene misurato. Nell’elenco delle ventisette ci sono città più piccole di Marsala. In Sicilia, nessuna che non sia un grande capoluogo.
Il punto in cui il clima diventa trasporto
C’è un luogo preciso dove il calore urbano smette di essere un tema astratto: la fermata dell’autobus.
Una fermata senza pensilina, in agosto, alle due del pomeriggio, è un posto dove una persona anziana non può stare. Se poi non sai quando passa il bus, se l’unica informazione è un pdf da decifrare o la speranza che prima o poi arrivi qualcosa, quell’attesa diventa indeterminata. E un’attesa indeterminata al sole non è un disagio: è una ragione per non uscire di casa, o per prendere l’auto se ce l’hai. È il meccanismo che rende una città calda ancora più dipendente dall’auto, e quindi ancora più calda.
Da qui una cosa che sembra un’esagerazione e non lo è: mettere gli orari degli autobus su Google Maps è una misura di adattamento climatico. Sapere che il bus passa tra sette minuti e non tra quaranta cambia se quell’attesa la fai o no.
Gli orari del servizio estivo, otto linee, sono stati convertiti in GTFS, lo standard aperto internazionale, e sono ora su Google Maps. Fatto internamente, a costo zero, con dati che il Comune già possedeva. Siamo in attesa della conferma dagli altri provider. Non è un’opera pubblica: è il tipo di intervento che dieci anni fa in pochi avrebbero chiamato “smart city” e che oggi è esattamente quello che quella parola dovrebbe significare.
Dove si piantano gli alberi per primi
Il programma con cui questa amministrazione si è presentata prevede un piano di forestazione urbana: piantumazione diffusa, specie autoctone e resilienti, censimento degli alberi, regolamento del verde, corridoi ecologici. Per essere un piano e non una lista di intenzioni, deve rispondere a una domanda concreta: dove si comincia?
Se la risposta è “dove c’è spazio”, “dove ci sta meglio esteticamente” o “dove ce li chiedono”, è arredo urbano. Se la risposta è “dove la città è più calda e dove vivono le persone che ne subiscono di più le conseguenze”, è una politica.
Per dare la seconda risposta servono dati che oggi non abbiamo. Marsala non ha una mappa termica puntuale del proprio territorio. Non sa quali siano le sue strade più calde, né di quanto.
E anche quando l’avremo, non basterà da sola. Una mappa termica dice dove fa più caldo, non dove quel caldo fa più danno: una strada rovente in zona artigianale conta meno di una via un grado più fresca dove vivono duecento persone sole e anziane. Quel secondo strato di informazione non richiede nessun satellite, sta già negli archivi dei Servizi Demografici del Comune. Sapere dove si concentrano le fragilità, e confrontarlo con dove ci sono alberi, acqua e spazi al fresco raggiungibili a piedi, è un lavoro che si può cominciare adesso con i dati che abbiamo già. È esattamente il tipo di cosa per cui i Comuni raccolgono dati da decenni senza averli mai usati.
Due modi di misurare, due candidature
Il calore di una città si misura in due modi tecnicamente diversi, e confonderli è l’errore più comune quando si parla di questi temi.
Il primo è la misurazione a livello stradale: sensori mobili che percorrono la città e rilevano temperatura, umidità, vento, irraggiamento, qualità dell’aria, strada per strada. Misura quello che sente una persona che cammina. È il metodo che Mazara del Vallo ha sperimentato quest’anno con l’Università di Helsinki nell’ambito di uno Smart City Challenge, uno scooter elettrico attrezzato, dopo Helsinki, Tartu e Barcellona, unica città italiana della fase pilota. È stata l’amministrazione mazarese a metterci in contatto con il progetto, e di questo li ringrazio: è il modo in cui i comuni dovrebbero funzionare tra loro, e capita meno spesso di quanto si creda.
Il secondo è il telerilevamento satellitare: temperatura superficiale di tutto il territorio in una volta sola, confrontabile nel tempo. Copre anche le contrade, che uno scooter non raggiungerebbe mai. Ma qui il limite non è tecnico: un comune non può attivare da solo l’accesso a questi dati, serve passare da un livello nazionale.
Con due precisazioni. La prima: un satellite misura la temperatura della superficie, non quella dell’aria e tantomeno quella che sente una persona, l’asfalto a mezzogiorno può stare a cinquantacinque gradi mentre l’aria sopra ne fa trentaquattro, e una mappa potrebbe essere letta male. La seconda: una parte di questi dati è già pubblica e gratuita, perché il programma europeo Copernicus rende accessibile a chiunque la temperatura superficiale rilevata dai satelliti Sentinel, Marsala compresa. Quello che serve a un Comune per decidere è un’altra cosa, risoluzione più fine e serie storiche, ma i due percorsi sono complementari, non alternativi, e il primo è disponibile da subito.
Su entrambi i fronti Marsala ha presentato una candidatura. La prima allo stesso percorso di Mazara; la seconda per uno studio su dati satellitari, attraverso il Dipartimento per la trasformazione digitale, con un partner tecnico privato.
Le scrivo qui perché credo che un’amministrazione debba raccontare anche le cose che non ha ancora ottenuto e che non sappiamo se saranno accolte.
A cosa serve una mappa termica
Anche nell’ipotesi migliore, una mappa non rinfresca nessuno, serve a decidere.
Serve a stabilire un ordine di priorità. A capire dove aggiungere una pensilina diventa un intervento sanitario. A giustificare, davanti a chi chiederà conto della spesa, perché si è cominciato da una strada e non da un’altra. A misurare, tra cinque anni, se le cose sono migliorate, perché senza un dato di partenza nessun miglioramento è dimostrabile.
E serve a essere pubblicata. Una mappa termica di Marsala in formato aperto, consultabile da chiunque, cambia il rapporto tra un cittadino e la sua amministrazione. Non perché il cittadino debba diventare un tecnico, ma perché smette di dover credere sulla parola.
Quello su cui si sta già lavorando
I dati, se arriveranno, arriveranno tra mesi. Nel frattempo ci sono tre cose che non richiedono nessuna mappa termica, e su cui l’amministrazione si sta già muovendo.
Il verde che c’è va tenuto vivo. Un albero piantato e non irrigato d’estate è un albero morto entro due stagioni, e una potatura fatta senza criterio agronomico lascia una strada senza chioma per anni. Curare quello che esiste conta quanto piantare il nuovo, e richiede persone, per questo il Comune ha previsto nuove assunzioni sul verde pubblico: non è un dettaglio organizzativo, è la condizione perché qualunque piano di forestazione non resti sulla carta. Un piano ambizioso affidato a un ufficio sottodimensionato produce alberi che seccano, non ombra.
I servizi che danno sollievo devono funzionare. Ci sono cose che una città calda offre già, o dovrebbe offrire: fontanelle pubbliche, distributori d’acqua, spazi comunali climatizzati dove entrare nelle ore peggiori. Il lavoro in corso va su tre fronti: rimettere in funzione le fontanelle esistenti, valutare costi per l’installazione e la sistemazione di distributori d’acqua negli spazi pubblici, aumentare il numero di luoghi climatizzati accessibili. Nessuna di queste cose singolarmente fa notizia ma tutte insieme cambiano concretamente come si attraversa un pomeriggio di agosto per chi non ha alternative.
Non è una nuova idea o invenzione, Barcellona ha costruito una rete di oltre cinquecento “rifugi climatici”: biblioteche, centri civici, musei, ma anche parchi e cortili scolastici, con l’obiettivo che ogni residente ne abbia uno raggiungibile a piedi in dieci minuti: oggi ci arriva il 99,2% della popolazione, ognuno di essi presenta un cartello identificativo, e l’elenco è pubblicato in formato aperto. Quando vivevo a Barcellona quei cartelli all’ingresso delle biblioteche li vedevo senza farci caso, adesso ho capito a cosa servivano.
Ogni intervento andrebbe valutato anche per l’ombra che produce. Vale per una piazza rifatta, per un marciapiede, per la scelta tra due specie arboree. È un criterio che oggi, quasi ovunque in Italia, non compare nell’elenco delle cose da controllare quando si valuta un progetto. Con la giunta stiamo iniziando a metterlo.
Niente di tutto questo è una politica climatica. Sono manutenzione, organizzazione e criteri di valutazione. Ma sono il tipo di cose che rendono credibile e misurabile il lavoro svolto.





Capiamo che il lavoro sarà molto lento ma ci auguriamo che sia attivo e costante. Meno asfalto e più alberi (ma non palme) è quello che sogno per la nostra città. Alberi ovunque ma piantati in maniera intelligente. Pensare e agire a lungo termine!